Emma CampSalvare le barriere coralline grazie ai coralli più resistenti

Data di pubblicazione: 2019clockTempo di lettura: 2min 4s
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Gli scienziati lanciano l’allarme: la maggior parte delle barriere coralline potrebbe scomparire entro il 2040, vittima delle attività umane e dei cambiamenti climatici. Ma la biologa marina ed esploratrice Emma Camp è determinata a smentire queste previsioni.

ubicazioneAustralia

Esplorando e studiando diversi habitat in tutto il mondo, questa ricercatrice britannica ha scoperto diversi luoghi in cui alcuni tipi di coralli riescono a prosperare, nonostante condizioni particolarmente sfavorevoli. La scienziata sta dimostrando che queste “zone di resilienza dei coralli” possono rappresentare la chiave per ripopolare le barriere coralline devastate dal surriscaldamento climatico, dall'acidificazione delle acque e da altre conseguenze delle attività umane.

“In tutto il mondo i coralli stanno morendo a causa del cambiamento climatico e delle acque degli oceani sempre più acide e povere di ossigeno. Ma, se stiamo già cercando disperatamente di ridurre le nostre emissioni di anidride carbonica, non c’è molto altro che possiamo fare per garantire la sopravvivenza delle barriere”, dice Camp.

La ricercatrice ha notato che alcuni coralli sopravvivono naturalmente in condizioni estreme – più estreme di quelle che si prevede si verificheranno nei prossimi 200 anni. “Stiamo iniziando solo ora a scoprire in quali zone sopravvivono. Dobbiamo capire come e perché ciò accade – e come possiamo sfruttare le loro abilità per salvare le barriere coralline di tutto il mondo”.

Stiamo iniziando solo ora a scoprire in quali zone sopravvivono. Dobbiamo capire come e perché ciò accade – e come possiamo sfruttare le loro abilità per salvare le barriere coralline di tutto il mondo.

Emma Camp

Nel 2016 Camp ha guidato una spedizione subacquea in Nuova Caledonia, che per la prima volta ha documentato l’esistenza di venti specie di coralli che prosperano in condizioni che in precedenza gli scienziati ritenevano inadatte alla sopravvivenza, a causa delle alte temperature e della tossicità dell’acqua. Nel 2019 ha pubblicato il primo studio scientifico che identifica due habitat estremi con caratteristiche simili nella Grande barriera corallina australiana.

La maggior parte dei coralli preferisce acque pulite, cristalline, povere di nutrienti e di sedimenti, dalla temperatura stabile e ricche di ossigeno. I coralli trovati da Camp vivono e prosperano in un ambiente ostile, le acque torbide in cui crescono le mangrovie. Sembra proprio che siano in grado di resistere nelle stesse condizioni che gli esseri umani stanno infliggendo alle barriere coralline di tutto il mondo.

Identificando zone di resilienza simili lungo i 2.000 chilometri della Grande barriera corallina australiana, la più grande concentrazione di coralli al mondo, e studiando il comportamento e la genetica di questi resistentissimi “sopravvissuti”, Camp sta facendo nuove scoperte sui meccanismi alla base della resilienza dei coralli. Ora sta cercando di capire come usare queste informazioni per ripopolare le barriere coralline colpite dallo sbiancamento e da altre cause di mortalità.

“Credo che occorra pensare fuori dagli schemi. Dobbiamo riavvicinarci alla natura per capire come sia sopravvissuta così a lungo nel tempo e servirci di questo sapere, da coniugare con innovazione e tecnologia, per cercare di preservare ciò che abbiamo”, spiega.

Cresciuta in Gran Bretagna, in un ambiente urbano, la scienziata ha visto per la prima volta una barriera corallina quando, a sei anni, suo padre l’ha portata in vacanza ai tropici per fare snorkeling. “Lì sotto c’era tutto un mondo nuovo. Ne rimasi folgorata. Il mio amore per la barriera corallina è iniziato così. Mi affascinava”.

Quasi trent’anni dopo, continua a essere spinta dallo stesso stupore e dalla stessa passione: “Non voglio far parte della generazione che dirà: ‘Abbiamo perso le barriere coralline’”. I coralli non sono solo strani e bellissimi, aggiunge, ma sostengono anche centinaia di milioni di vite umane.

Camp attualmente sta studiando le due nuove zone di resilienza nella parte settentrionale della Grande barriera corallina – le Low Isles e Howick Island – per osservare i coralli che le abitano, identificare le caratteristiche che li rendono così resistenti e poi cercare, per la prima volta, di trapiantarli nelle aree colpite da una massiccia moria di coralli. Aiutata da operatori ecoturistici locali in veste di scienziati amatoriali, la ricercatrice sta osservando le strategie messe in atto dai coralli per sopravvivere e sta cercando di capire se ripopoleranno le aree devastate e continueranno a essere altrettanto resistenti nella loro nuova casa.

Se le sue teorie si riveleranno corrette, prevede di formare diversi attori locali e comunità di ecoturismo perché contribuiscano alla rinascita delle barriere coralline, nel tentativo di porre rimedio ai danni causati dalle attività dell’uomo.

  • 2.000 km

    Lunghezza della Grande barriera corallina australiana

  • 20

    Specie di coralli identificate da Camp che sopravvivono naturalmente in condizioni estreme

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